  terza parte
Debole di costituzione fin dalla prima giovinezza, pare non abbia mai trovato una vera felicità. Scrisse di se stesso: "Alfred Nobel , misero mutilo essere, avrebbe dovuto essere soffocato da un medico pietoso quando, urlando, venne alla vita". Era arguto, intelligente e cosmopolita, eppure in lui la malinconia, mitigata da uno humour asciutto, andò aumentando di passo con la sua celebrità ed influì sul suo atteggiamento nei confronti della gente. Anni di contatti con persone di ogni genere stanno a giustificare il misantropo che spesso emerge dai suoi scritti. Uomo sostanzialmente solo, non ebbe mai casa né famiglia. Victor Hugo, uno dei suoi pochi amici, lo definì "il vagabondo più facoltoso d'Europa". Egli stesso diceva: "La mia casa è dove io lavoro, e il mio lavoro è dappertutto". In periodi diversi ebbe "case" in sei diversi paesi; ma forse quella in Avenue Malakoff , a Parigi, il quartiere generale da cui per quasi vent'anni condusse lavori e ricerche, gli fu particolarmente cara.
Generoso filantropo nella vita, sono sue le parole: "Preferisco occuparmi degli stomaci dei vivi che della gloria dei trapassati sotto forma di monumenti". Non si sposò mai. La madre, persona da lui adorata e costantemente nei suoi pensieri, fu la donna più importante della sua vita. Nella primavera del 1876, a quarantatré anni, incontrò a Parigi la contessa austriaca Bertha von Kinsky, di cui s'innamorò e alla quale chiese subito se il suo cuore fosse libero. Così non era. Essa si sposò infatti pochi mesi dopo con il barone austriaco Arthur von Suttner. (Bertha von Suttner gli restò tuttavia amica per tutta la vita, ed ebbe grande influenza sulla sua esistenza: senza di lei non esisterebbero oggi i celebri premi Nobel, di cui fu ispiratrice. Fra le maggiori figure dei pionieri del pacifismo, nel 1889 pubblicò "Giù le armi!", monumento della letteratura pacifista, uno dei libri più venduti per decenni in tutte le lingue. Nel 1905 fu essa stessa uno dei primi premi Nobel per la pace.) Deluso, nello stesso autunno iniziò una relazione con Sophie Hess, venditrice di fiori, una giovane austriaca di ventitré anni piť giovane di lui. Questo legame durò ben diciotto anni, diventando così la più grossa esperienza amorosa della sua vita e al tempo stesso vicissitudine traumatica; egli tentò invano di sollevare la compagna al proprio livello intellettuale e sociale. Questa esperienza non fece che esacerbare la sua malinconia congenita; solo dopo aver posto fine alla relazione egli riuscì a recuperare una certa parte dello spirito, della cui perdita aveva tanto sofferto.
Negli ultimi anni della sua vita accentuò il suo pensiero umanitario, che accolse come uno sereno tramonto mentale il tumulto di una esistenza tormentata e difficile. Nel 1892 era presente in forma privata e in incognito, a Berna, al IV Congresso Mondiale della Pace, in cui avvenne la fondazione dell'Ufficio Internazionale della Pace, e durante il quale fu presentata la relazione di Moneta e della von Suttner circa "La Confederazione degli Stati d'Europa". Accentuando il proprio istinto filantropico, che già aveva dimostrato in molti casi nel corso dell'esistenza, si fece poi anche socio delle due Società della Pace della stessa von Suttner. Nel 1893 conobbe il giovane ingegnere svedese Ragnar Sohlman, di 23 anni - dapprima suo segretario, e destinato poi a un futuro di grande fisico - col quale acquisì la fabbrica svedese AB BOFORS, che in breve tempo portarono a un incredibile sviluppo. Nello stesso anno scrisse il suo primo testamento. (Ammirava a tal punto Sohlman da farlo suo esecutore testamentario.)
Il 27 novembre 1895 si recò al Club Svedese di Parigi per depositare il suo terzo e definitivo testamento, a favore dell'umanità. I suoi diari e la sua ultima lettera, datata 7 dicembre 1896, rivelano che il suo spirito di inventiva e creatività fu limpido fino all'estremo. Ma il presentimento che in tante occasioni aveva espresso finì per rivelarsi giustificato. Il 10 dicembre 1896, a Villa Nobel, la sua casa di San Remo, moriva a 63 anni, solo come aveva vissuto. Il 17 dicembre si svolse la funzione funebre a San Remo, condotta dal giovane pastore Soderblom (poi premio Nobel per la pace nel 1930), unico suo amico degli ultimi anni insieme al fidato Sohlman; poi, il 27 dicembre, ebbero luogo i solenni funerali a Stoccolma, in totale stile italiano, secondo il desiderio del nipote Emanuel, del ramo russo di Pietroburgo. Quest'ultimo in seguito si impegnò anche in un lavoro di conciliazione fra gli eredi e Ragnar Sohlman, uno dei due esecutori testamentari, strenuo difensore delle volontà dell'amato maestro contro gli attacchi familiari e internazionali al suo immenso patrimonio. Fu solo il 29 giugno 1900 che il Consiglio Reale di Svezia poté infine emanare lo statuto della nascente Fondazione Nobel, così come le speciali disposizioni relative alle istituzioni incaricate dell'attribuzione dei premi; tra queste, l'assegnazione ad Oslo (allora Cristiania, Norvegia) del premio Nobel per la pace, e a Stoccolma (Svezia) di tutti gli altri.
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